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La
legge 40 del 19 febbraio del 2004 prevede che venga prodotto un numero
massimo di tre
embrioni utile a un unico e contemporaneo, allo scopo di tutelarli. L’accesso alla fecondazione in vitro
è
consentito a tutte le coppie purché sterili
e solo nel caso in cui non vi
siano altri mezzi per risolvere i problemi derivati
dall’infertilità, la legge
prevede anche che la coppia che decide di ricorrere alla fecondazione
medicalmente assistita venga adeguatamente informata sui possibili
effetti
collaterali sanitari e psicologici, problemi bioetici, e
modalità
dell’operazione oltre che dei costi economici di tutta la procedura. I
due
partner devono firmare un consenso informativo scritto che può
essere revocato
fino al momento della fecondazione dell’ovulo(e quindi al formarsi
dell’embrione). Un volta prodotto l’embrione, l’impianto deve avvenire
il prima
possibile. Nel caso ci fossero impedimenti riguardanti la salute della
donna è
consentita una congelazione temporanea degli embrioni.
Se
al referendum del 12 e 13 giugno vincesse il Sì si
andrebbe incontro ad
un’ abolizione di qualsiasi limite numerico riguardante la
produzione di
embrioni, sarebbe possibile la selezione eugenetica tra
embrioni
sani e embrioni malati(l’analisi reimpianto, però, non è
vietata), si presenterebbe
il rischio di assistere ad una produzione di embrioni soprannumerari
che, se
non utilizzati, sarebbero condannati al congelamento e, col tempo, alla
morte
oppure, se anche al quesito riguardante il divieto di ricerca sulle
staminali
embrionali vincesse il Sì, destinati
al laboratorio e dunque alla distruzione.
La
decisione di imporre il limite massimo dei tre embrioni deriva da
quanto
accaduto in Italia prima dell’approvazione della legge 40. Senza nessun
tipo di
limite e regolamentazione poteva accadere che fossero impiantati
nell’utero di
una donna fino a 10 embrioni o che una donna potesse partorire
anche 8
bambini, con conseguenze niente affatto positive per la mamma e
per i
nascituri che morivano, nascevano prematuri, sottopeso, o con gravi
menomazioni
fisiche o mentali.
Ora non è possibile che si ripetano
situazioni del
genere. Il limite dei tre embrioni è il limite massimo,
se ne può impiantare anche uno
alla volta(come
accade al centro Sala di Reggio Emilia dove, applicando rigorosamente
le linee
guida della legge 40, i successi sono aumentati), e qualora si optasse
per
impiantare nell’utero tutti gli embrioni prodotto ci si troverebbe
al
massimo di fronte ad un parto trigemellare.
E’
da sottolineare che anche prima della
votazione della
legge la maggior parte dei Centri trasferiva non più di tre
embrioni o anche
due quando vi erano alte probabilità di attecchimento degli
embrioni stessi, e
che da quando la legge è entrata in vigore la percentuale di
successo delle
gravidanze è diminuita solamente del 2,8% (da una
percentuale di successo
del 27% ad una del 24,2%).
Non
è vero, inoltre, che la salute della donna non viene tenuta in
considerazione.
Innanzitutto bisogna ricordare che sottoporsi ad
un trattamento ormonale per produrre ovociti non è mai salutare (rischio
che si verifichi una caduta dei capelli,
rottura dei
capillari o della possibilità di cisti ovariche), e
infatti la
possibilità di ricorrere alla FIV viene data solo alle
coppie che non hanno
alternative di cura. Questo per evitare che la donna si sottoponga
ad una,
ricordiamo comunque dannosa, somministrazione di ormoni quando
potrebbe
benissimo farne a meno. E’ sbagliato sostenere che la donna deve
sottoporsi per
forza all’impianto degli embrioni creati, la legge non prevede
nessun
impianto coatto.
E’
falso sostenere che, nel caso che nessuno dei tre embrioni attecchisca,
la
donna deve sottoporsi a un nuovo trattamento ormonale per produrre dei
nuovi
ovociti da fecondare. Infatti la legge non pone dei limiti alla
produzione di
ovociti né ne vieta il congelamento, in questo modo non
è necessario fare
nuove cure se i tre embrioni impiantati non attecchiscono ma basta
fecondare
gli ovociti prodotti e congelati in precedenza(come avviene Centro di sterilità e procreazione
medicalmente assistita del
Sant’Orsola-Malpighi di Bologna).
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